La foto che unì una nazione – Nelson Mandela
Johannesburg, 24 giugno 1995. Stadio Ellis Park. Il Sudafrica ha appena battuto gli All Blacks 15-12 dopo i tempi supplementari e vinto la Coppa del Mondo di Rugby.
Ma la partita, in fondo, è già un dettaglio.
Quello che sta per succedere sul palco della premiazione vale più di qualsiasi risultato sportivo. E un fotografo dell’AFP, Jean-Pierre Muller, è abbastanza vicino da vederlo davvero.
Un paese che non avrebbe dovuto essere lì
Per capire il peso di quella foto bisogna capire cosa rappresentava la maglia degli Springboks fino a quel momento.
Il rugby in Sudafrica non era solo uno sport. Era il simbolo del potere bianco, dell’apartheid, di un sistema che aveva tenuto segregata una nazione intera per decenni. La maggior parte dei sudafricani neri non tifava per gli Springboks — li subiva.
Quella maglia verde era una divisa, nel senso più profondo del termine.
Nelson Mandela era diventato presidente da appena un anno, dopo 27 anni di prigionia. Aveva davanti un paese spaccato, una ferita enorme da ricucire. E aveva scelto lo sport come linguaggio.
Si presentò allo stadio indossando la maglia numero 6 — quella di Francois Pienaar, il capitano — e il cappellino verde degli Springboks. Il messaggio era chiarissimo: quella maglia non appartiene a una parte sola. Appartiene a tutti.
Quando entrò in campo, il pubblico — composto in gran parte da bianchi che fino a poco prima lo consideravano un nemico — cominciò a urlare il suo nome. Nelson. Nelson. Nelson.

Il fotografo che era abbastanza vicino
Ci sono decine di immagini di quel giorno. Fotografi da tutto il mondo erano presenti, accreditati, attrezzati.
Eppure questa, scattata da Muller, è quella che è rimasta.
Il motivo non è tecnico. Non è questione di luce perfetta o di composizione studiata. È questione di posizione e di sguardo — Muller era abbastanza vicino da non fotografare la scena, ma il momento.
Non inquadra il trofeo. La Webb Ellis Cup è lì, d’oro, enorme, ma non è il soggetto. Il soggetto è quel contatto: la mano di Mandela sulla spalla di Pienaar e soprattutto i loro occhi — che si cercano, si trovano, si capiscono in un secondo che dura molto più di un secondo.
Pienaar sorride, ma non è il sorriso di chi ha vinto una coppa. È il sorriso di chi sta capendo, in tempo reale, di essere dentro qualcosa che non dimenticherà mai.
Chi era più lontano ha fotografato la premiazione. Chi era vicino ha fotografato la storia.
Perché certe foto sopravvivono
Anni dopo, Pienaar disse: “Quando Madiba mi ha consegnato il trofeo, non ha premiato solo una squadra di rugby. Ha abbracciato l’intero Sudafrica.”
Quella frase descrive perfettamente la foto. Non serve sapere nulla di rugby per sentire il peso di quell’immagine. Non serve aver vissuto l’apartheid, non serve conoscere il punteggio della finale. Basta guardarla.
Questa è la cosa più rara che una fotografia sportiva possa fare: uscire dallo sport. Smettere di essere la documentazione di un evento e diventare qualcosa che parla a chiunque, ovunque, in qualsiasi momento.
Non capita spesso. Capita quando il momento è giusto, quando il fotografo è nel posto giusto, e quando due persone davanti all’obiettivo fanno qualcosa di vero — senza pensare alla foto, senza pensare alla storia. Semplicemente vivendo un secondo che nessuno dei due dimenticherà.
Muller non ha creato quell’immagine. L’ha riconosciuta.
La maglia originale che Mandela indossò quel giorno è oggi conservata come un tesoro nazionale sudafricano. La foto di Muller è conservata ovunque: nei libri di storia, nelle case, nella memoria collettiva di un paese che aveva bisogno di un’immagine per credere di poter guarire.
Lo sport gliene ha regalata una perfetta.

Per approfondire
History.com — il contesto storico e politico
Rugby World Cup — le parole dirette di Pienaar e la storia di quel giorno primaria (en)
Wikipedia finale 1995 — I dettagli tecnici della partita (en)
Rivista Africa — Il significato storico di quel giorno
Wikipedia — Coppa del Mondo 1995
Wikipedia Invictus — Il film di Eastwood
