Homeless World Cup: il calcio come strumento di rinascita
Questa non è la storia di un singolo atleta. Questa è la storia di un evento che seguiamo da molti anni e che rappresenta, forse meglio di ogni altro, la capacità dello sport di cambiare le traiettorie di una vita.
Se nelle pagine di SPORTSHOTS vi abbiamo spesso raccontato la resilienza individuale — come quella di Alex Zanardi che reinventa se stesso, o la tenacia di Nader Al Masri che corre per la libertà — oggi vogliamo parlarvi di una resilienza collettiva. Oggi vi raccontiamo la Homeless World Cup.
Più di un semplice torneo
Spesso il calcio viene raccontato attraverso i numeri: i milioni dei contratti, le statistiche dei passaggi, il valore dei cartellini. Esiste però una dimensione del gioco dove queste cifre non contano nulla. La Homeless World Cup è un movimento globale che utilizza il calcio come leva per supportare persone senza fissa dimora e aiutarle a reintegrarsi nella società.
La formula è quella dello “street soccer”: si gioca su campi ridotti e recintati. I tempi sono brevi, il ritmo è serrato. Ma al di là delle regole, ciò che colpisce di questa manifestazione è lo spirito. Non si scende in campo per la gloria personale, ma per ritrovare un senso di appartenenza. Partecipare significa indossare una maglia, far parte di una squadra, essere riconosciuti. Per molti dei partecipanti, quel pallone è il primo passo concreto per provare a riprendere in mano la propria esistenza.

Dalla realtà alla pellicola
La forza narrativa di questo evento è tale da aver ispirato recentemente anche il cinema. Il film “The Beautiful Game”(distribuito da Netflix e interpretato da Bill Nighy e Micheal Ward) ha portato al grande pubblico le dinamiche di questo torneo.
Sebbene sia un’opera di finzione, il film riesce a restituire bene il messaggio centrale della competizione: dietro ogni giocatore c’è un vissuto complesso, spesso doloroso, ma anche una straordinaria voglia di riscatto. È una visione che consigliamo a chiunque voglia capire cosa significhi lo sport quando diventa l’unica ancora di salvezza.

Milano 2009
Conosciamo da vicino questa realtà perché eravamo presenti all’edizione italiana del 2009, che si è svolta all’Arena Civica di Milano.
Essere lì, a bordo campo, ci ha permesso di osservare cosa significhi davvero la competizione quando la posta in gioco è la dignità personale. Non servivano descrizioni enfatiche o scenari spettacolari: la potenza dell’evento era tutta negli occhi dei partecipanti.
È stata un’esperienza che ha segnato il nostro approccio al racconto. In contesti del genere, abbiamo imparato che la presenza conta più della tecnica. Non serve cercare l’azione plastica fine a se stessa; l’attenzione si sposta naturalmente sui volti e sulla grinta di chi sta giocando la partita più importante della propria vita.

Perché questa storia
Abbiamo scelto di inserire la Homeless World Cup nella nostra rubrica “Storie” perché crediamo che la fotografia e il giornalismo sportivo non debbano limitarsi a documentare la performance atletica, ma debbano saper cogliere l’umanità che la anima.
Questo torneo ci ricorda che lo sport è un linguaggio universale, capace di abbattere barriere e pregiudizi. È un evento che merita di essere conosciuto e raccontato, perché dimostra che a volte, per tornare a sentirsi parte del mondo, basta un pallone che rotola.

