Yusra Mardini – Quando lo sport diventa salvezza
Nel 2015 il Mediterraneo non è un luogo simbolico, ma un confine reale, duro, spesso definitivo. È qui che la storia di Yusra Mardini smette di essere solo sport e diventa umanità allo stato puro. Un gommone carico di profughi siriani, partito dalla Turchia, resta in panne in mare aperto. Il motore si ferma, l’imbarcazione inizia a imbarcare acqua. A bordo ci sono venti persone, molte delle quali non sanno nuotare.
Yusra sì. È una nuotatrice, cresciuta allenandosi a Damasco, con il sogno delle Olimpiadi già spezzato dalla guerra. Senza esitazione si getta in mare insieme alla sorella Sarah e ad altri due uomini. Per oltre tre ore nuotano, trascinando il gommone verso la costa greca. In quel momento lo sport non è disciplina, non è competizione, è sopravvivenza. È la differenza tra vivere e morire.
Dall’acqua sporca di Damasco alla piscina olimpica
Arrivata in Europa come rifugiata, Yusra si stabilisce in Germania. Qui ricomincia ad allenarsi, quasi in silenzio, lontana dai riflettori. L’acqua torna a essere il suo spazio naturale, ma ora ha un significato diverso. Ogni vasca è memoria, ogni allenamento è riscatto. Nel 2016 viene selezionata per il Team Rifugiati, la squadra olimpica creata dal CIO per dare voce a chi ha perso tutto tranne la propria disciplina. A Rio gareggia nei 100 metri stile libero e nei 100 metri farfalla. Non vince medaglie, ma entra nella storia. Diventa la più giovane ambasciatrice di buona volontà dell’UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati, e porta la fiaccola olimpica a Tokyo 2020.
La piscina dove si allenava a Damasco, durante la guerra, aveva il tetto squarciato dalle bombe. L’acqua era spesso sporca, gli allenamenti interrotti dalle sirene. Eppure continuava a nuotare, perché era l’unica cosa che le restava. Aveva solo 17 anni quando è salita su quel gommone. Anni dopo, sul blocco di partenza a Rio, con la bandiera olimpica dei rifugiati sulle spalle, quello squarcio nel tetto è diventato un varco verso qualcos’altro. Non una rivincita, ma una testimonianza.

Il significato del Team Rifugiati oggi
Oggi, mentre Milano-Cortina 2026 porta di nuovo i riflettori sul movimento olimpico, storie come quella di Yusra ci ricordano che lo sport non è solo competizione, ma anche resistenza, dignità, riscatto. Il Team Rifugiati continua a esistere, continua a gareggiare, continua a rappresentare milioni di persone che non hanno una bandiera da sventolare, ma hanno ancora un corpo che resiste. Yusra ha gareggiato anche a Tokyo 2020, confermando che la sua presenza alle Olimpiadi non è stata un caso isolato, ma un impegno continuativo.

Questa è una storia di sport nel senso più autentico del termine.
Non perché parli di Olimpiadi, ma perché mostra cosa può essere davvero un atleta quando tutto il resto viene meno. Lo sport come strumento, come istinto, come atto umano. Yusra Mardini è la dimostrazione che, a volte, il gesto sportivo più importante non avviene sotto un cronometro, ma in mezzo al mare.
APPROFONDIMENTI
Link esterni:
- Profilo ufficiale di Yusra Mardini su Olympics.com
- La storia del Team Rifugiati
- UNHCR – Agenzia ONU per i Rifugiati
- Milano-Cortina 2026 – Sito ufficiale

