David Rogers: lo sguardo che ha definito il rugby internazionale
C’è uno sport che si fa di fango, fiato e collisioni. E poi c’è chi è riuscito a fermarlo in un’immagine che resta. Dave Rogers ha passato decenni a fare esattamente questo, mentre intorno il rugby diventava un linguaggio globale.
Una mischia sotto la pioggia
L’acqua cade obliqua, illuminata controluce dai riflettori dello stadio. Otto uomini per parte si incastrano in una mischia che sembra un unico organismo, le schiene curve, il vapore che sale dai corpi. Il pallone è da qualche parte là sotto, invisibile. E in quel preciso istante — gli occhi di un pilone serrati, una goccia sospesa a mezz’aria, il fango che schizza — c’è uno scatto che racconta tutto del rugby senza spiegare niente.
Immagini così non capitano per caso. Servono anni per imparare a leggere quel caos prima che accada, a sentire dove sta per spostarsi il peso della partita. Dave Rogers ha costruito una carriera intera su questa lettura. Per chi guarda oggi le foto del rugby internazionale, è difficile non incontrare, prima o poi, il suo sguardo.

Chi è Dave Rogers
Per oltre quattro decenni Rogers ha lavorato come fotografo per Getty Images, diventando uno dei nomi più riconoscibili nella copertura del rugby ai massimi livelli. Dal suo primo tour con i Lions in Sudafrica nel 1980, ha coperto ogni singola edizione della Rugby World Cup e numerosi tour dei Lions: pochi eventi importanti di questo sport sono passati senza che lui fosse a bordocampo, spesso accovacciato nel fango con un teleobiettivo pesante e un impermeabile che non bastava mai.
Quello che colpisce, ripercorrendo il suo archivio, non è la spettacolarità ma la coerenza. Rogers non insegue l’effetto. Cerca il momento vero, quello in cui la fatica e la fisicità del rugby emergono senza filtri. Un placcaggio frontale, una touche con quattro corpi sospesi, un giocatore che esce dal campo coperto di terra e sangue.
C’è una scuola britannica della fotografia sportiva che ha fatto del rispetto per il gioco la propria cifra — la stessa tradizione che attraversa nomi come Bob Martin e Peter Robinson. Rogers ne è parte a pieno titolo, declinata su uno sport che pochi altri hanno saputo raccontare con la stessa costanza.

Fotografare i corpi, non solo l’azione
Il rugby ha una caratteristica che lo distingue da quasi ogni altro sport di squadra: la collisione è il gioco, non un incidente. Non c’è il fuorigioco a tenere distanti i corpi, non c’è il fallo a sanzionare il contatto. Si va addosso, ripetutamente, per ottanta minuti. E questo cambia radicalmente cosa significa fotografarlo.
Le immagini di Rogers funzionano perché non hanno paura della fisicità. Mentre nel calcio si insegue spesso l’eleganza del gesto, qui conta lo sforzo. Una mano che afferra una maglia strappata, una faccia deformata dallo sforzo nella spinta, le mani fasciate prima del fischio d’inizio. Sono dettagli che raccontano la verità di questo sport meglio di qualsiasi azione spettacolare.
Vale la pena ricordarlo per chiunque si avvicini al rugby con la macchina al collo: non sempre il momento più forte è quello in cui la palla si muove. A volte è la mischia ferma, il placcaggio già concluso, il giocatore a terra che si rialza. Sono questi i frame che restano addosso.
Ellis Park, 1995
Quel pomeriggio a Ellis Park, il 24 giugno 1995, erano a bordocampo decine di fotografi, tutti pronti a immortalare la premiazione della Rugby World Cup. Tra questi, con la sua Allsport, anche Dave Rogers. Lo scatto diventato il simbolo di quel giorno — Nelson Mandela e Francois Pienaar, sguardi incrociati, la coppa tra le mani — porta la firma di Jean-Pierre Muller per AFP: la storia completa in La foto che unì una nazione.
Rogers, come tanti altri colleghi presenti quel giorno, ha comunque il proprio archivio di quel momento storico. È un promemoria utile: sui grandi eventi, la fotografia sportiva è quasi sempre un lavoro corale, fatto di angolazioni diverse sullo stesso istante.

© David Rogers
Lavorare nel fango, letteralmente
C’è poi la questione, niente affatto secondaria, delle condizioni. Il rugby si gioca spesso d’inverno, sotto la pioggia, e non tutti i campi sono più quelli di terra e risaie di una volta — molti impianti oggi sono sintetici, ma le condizioni meteo restano comunque una costante. Fotografarlo significa accettare di lavorare bagnati, infreddoliti, con l’attrezzatura costantemente sotto minaccia.
Rogers ha costruito parte della sua identità visiva proprio dentro queste condizioni avverse. La pioggia controluce, il vapore dei corpi, il fango quando c’è: invece di problemi da evitare, diventano elementi narrativi. Una buona protezione meteo e un panno sempre a portata di mano valgono più di mezzo stop di luce in queste situazioni, e chi fotografa rugby lo impara presto, di solito a proprie spese.
Eventi come il Milano Rugby Festival 2026 attirano squadre da tutta Italia e dall’Europa, e per chi fotografa rugby rappresentano un’occasione concreta per mettersi alla prova su questo terreno.

Perché il rugby parla ai fotografi
C’è una ragione precisa per cui sempre più fotografi emergenti scoprono il rugby proprio ora. Il 4 luglio 2026 ha preso il via il Nations Championship, il nuovo torneo che per la prima volta mette di fronte le nazionali del Sei Nazioni e quelle dell’emisfero sud in un format unificato — i dettagli sul nuovo torneo sono sul sito della Federazione Italiana Rugby. È un buon momento per chi vuole avvicinarsi a questo sport con la macchina in mano: il rugby è uno sport che concede tempo. La mischia si forma lentamente, la touche si annuncia, le fasi di gioco hanno una loro respirazione che permette di anticipare. Rispetto alla velocità imprevedibile di altri sport, qui si può leggere il gioco e posizionarsi con un po’ di margine.
Allo stesso tempo non perdona la pigrizia. Le azioni decisive arrivano comunque all’improvviso, e l’intensità fisica richiede attenzione costante. È un equilibrio che insegna molto, e che ricorda quanto sia formativo seguire da vicino una sola realtà nel tempo — un principio raccontato bene in Un anno a bordocampo.
Chi oggi cerca foto del Milano Rugby Festival o vuole costruirsi un proprio archivio di rugby parte avvantaggiato da una cosa: ha modelli come Dave Rogers da studiare. Non per imitarli, ma per capire dove guardare quando intorno è tutto fango e fiato.

© Dave Rogers / World Rugby / Getty Images
Lo sguardo che resta
La forza di Dave Rogers non sta in un singolo scatto iconico, ma in un modo costante di stare dentro lo sport. Ha raccontato il rugby quando ancora era un gioco semi-amatoriale e ha continuato a raccontarlo quando è diventato un fenomeno globale milionario, senza mai perdere il rispetto per la sua sostanza fisica.
È una lezione che vale per qualsiasi disciplina: lo sguardo di un fotografo si riconosce dalla coerenza, non dal singolo colpo di fortuna. Per chi sta iniziando con il rugby, la cosa più utile da fare è probabilmente la più semplice. Andare a bordocampo, accettare di bagnarsi, e imparare a vedere la storia dentro la mischia prima ancora di sollevare la macchina.
Link di approfondimento:
Rugby World – How to make it as a sports photographer: Dave Rogers — intervista editoriale approfondita sul suo percorso di 41 anni, aneddoti concreti (il primo assignment nel ’75, il rapporto con Jonny Wilkinson, i consigli di carriera). Perfetto come lettura di approfondimento sul personaggio.
Canon.it – Un giorno nella vita di un fotografo alla Rugby World Cup — racconto orario per orario di una sua giornata tipo al Mondiale 2019, con dettagli tecnici (ottiche, scatti, ISO) molto in linea col taglio “dal campo” di SPORTSHOTS. In italiano, coerente con la lingua del sito.
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