Catherine Ivill: dentro le righe, dove nessuna era mai arrivata
C’è una foto che circola spesso come esempio di tempismo perfetto nel calcio femminile: un contrasto aereo, le tacchette verso il cielo, il pallone ancora in campo. La scatta Catherine Ivill. C’è il cerchio tattico della Francia ai Mondiali 2019, inquadrato dall’interno — l’obiettivo tra i giocatori, il campo sullo sfondo. La scatta Catherine Ivill. C’è una giocatrice americana che alza la Coppa del Mondo urlando, gambe alte, trofeo stretto come non volesse mollarlo mai. La scatta ancora lei.
Eppure Catherine Ivill è entrata nel mondo della fotografia sportiva tardi, senza esperienza, e venendo da un lavoro che con l’obiettivo non ha nulla a che fare. La sua storia è una di quelle che vale la pena raccontare — non perché sia straordinaria in senso agiografico, ma perché dimostra con chiarezza che il punto di partenza conta meno della direzione.

Da pronto soccorso al bordo campo
Fino ai trent’anni, Catherine Ivill era infermiera senior in medicina d’urgenza nel Regno Unito. Un lavoro ad alta pressione, tempi serrati, decisioni che non ammettono errori. Poi, a un certo punto, ha sentito il bisogno di cambiare rotta. Ha preso in mano una macchina fotografica — nessuna esperienza pregressa — e ha trovato in Matthew Ashton, fondatore dell’agenzia AMA Sport Photo Agency e amico di lunga data, la persona che le ha aperto la prima porta.
Ashton l’ha incoraggiata, ha condiviso quello che sapeva, le ha indicato la strada. Il resto lo ha fatto lei: diciotto mesi a coprire la Welsh Premier League, imparando il mestiere partita dopo partita, poi la League Two, poi i gradini successivi. Senza scorciatoie, senza trampolini di lancio diversi dall’esperienza accumulata sul campo.
Quello che colpisce, raccontando questa storia, non è tanto il cambio di carriera in sé — ma la metodologia. Nessuna aspettativa di arrivare in alto subito. Solo la disponibilità a fare tutto quello che si presentava, per quanto piccolo o distante dall’Olimpo sembrasse.

Getty, i grandi tornei e la patient zero
Gli anni di lavoro intenso hanno prodotto risultati concreti: finali di Champions League, Campionati Europei, Mondiali di calcio. Diversi Champions League Finals, Europei e Mondiali più tardi, Catherine è diventata fotografa di staff per Getty Images, una delle agenzie fotografiche più influenti al mondo in ambito sportivo.
Nel portfolio si trovano immagini che raccontano il calcio da prospettive che spesso sfuggono agli altri: il momento prima che esploda, il gesto tecnico visto da un angolo insolito, l’emozione raccolta a pochi centimetri. Non è solo questione di posizionamento fisico — è la capacità di anticipare cosa sta per succedere, costruita anno dopo anno a bordo campo.
Poi è arrivato il riconoscimento che ha cambiato qualcosa di più ampio: la vittoria nella categoria Football Portfolio agli SJA British Sports Journalism Awards. Prima di lei, nel periodo che va dal 2015 all’anno della sua vittoria, le uniche donne ad essere state inserite nella shortlist di quella categoria erano stata lei stessa nel 2019 e Chloe Knott nel 2021. In platea, quella sera, il significato era chiaro a tutti.

Il campo conta, non le tribune
Uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Catherine Ivill è l’atteggiamento verso il calcio minore. Crede fermamente che fotografare i campionati dilettantistici sia importante quanto coprire le partite “di gloria” della massima serie. Non è retorica. È una posizione che nasce dall’esperienza diretta: i suoi primi lavori erano lontanissimi da Wembley, e quella distanza non è mai diventata qualcosa di cui vergognarsi. catherineivill
Una delle immagini nel suo portfolio vincente agli SJA ritrae una partita di FA Cup al primo turno di qualificazione, tra due squadre semi-professionistiche. Un’immagine non diversa, tecnicamente e visivamente, da quelle scattate in Premier League. Il campo è lo stesso, il gioco è lo stesso, il momento è lo stesso. Cambia solo il numero di spettatori sugli spalti.
Questo approccio è utile da tenere a mente per chiunque stia muovendo i primi passi nella fotografia sportiva: il contesto di riferimento non determina la qualità del lavoro. Determina solo la logistica.
Rappresentanza: dove si era, dove si è arrivati
Quando Ivill ha iniziato, nel 2006, andare a coprire una partita significava spesso essere l’unica donna presente tra i fotografi. Adesso è raro che si presenti a un evento e non ci sia almeno un’altra donna a fotografare — un cambiamento che definisce enorme e positivo, anche se riconosce che il numero complessivo rimane ancora insufficiente.
La dinamica del settore è mutata, ma lentamente. Il merito non è di un singolo gesto simbolico, ma dell’accumulo di presenze visibili: più fotografe ai bordi campo, più nomi nelle shortlist, più voci che raccontano il proprio percorso. L’effetto è lo stesso della fotografia — la luce si accumula, finché l’immagine appare.
Il messaggio che porta ai colleghi più giovani è diretto: entrare nei concorsi, presentare il proprio lavoro, non aspettare di sentirsi “pronti” — perché quella sensazione tende a non arrivare mai del tutto, nemmeno con i riconoscimenti in tasca. Ammette di avere ancora a volte quella sensazione da impostore, e di doverci passare sopra comunque.

Tornare al punto di partenza
Dopo quasi sette anni come fotografa di staff Getty, Catherine Ivill è tornata all’agenzia da cui tutto era cominciato. AMA Sport Photo Agency, fondata dal suo mentore Matthew Ashton, aveva bisogno di qualcuno che la portasse avanti: lei ne ha preso le redini, diventandone proprietaria. Un cerchio che si chiude, ma che in realtà è solo un’altra apertura.
Il calcio rimane il centro del suo lavoro — maschile e femminile, professionistico e dilettantistico. Le finali e le partite di qualificazione. Gli stadi pieni e i bordi campo vuoti. La coerenza di chi sa che non è il palcoscenico a fare la fotografia.
