Genova dall’alto: quando la città diventa il percorso
C’è un momento, guardando le foto del Red Bull Cerro Abajo di Genova, in cui si smette di guardare il rider e si inizia a guardare quello che gli sta intorno. I palazzi ottocenteschi. Le finestre con i panni stesi. Il porto laggiù in fondo, sfocato, a ricordare che siamo a venti metri sul livello del mare — o forse a duecento, dipende da dove ti trovi sul percorso. È lì che si capisce perché questo evento esiste e perché, ogni anno, attira fotografi da tutta Europa.
Il Red Bull Genova Cerro Abajo torna per il terzo anno consecutivo nel centro storico della città ligure, confermandosi la tappa europea di riferimento del circuito mondiale di downhill urbano. Ma parlare di “percorso” è quasi riduttivo: i 2,2 chilometri che scendono da Monte Peralto fino a Largo della Zecca non sono una pista costruita per l’occasione. Sono Genova. Scalinate, caruggi, cambi di superficie, strettoie, salti tra i palazzi. La città non ospita la gara — la città è la gara.

Un tracciato che non perdona
Il dislivello di 279 metri si percorre in poco più di due minuti. In quei due minuti, i rider affrontano ostacoli che non esistono in nessun altro contesto agonistico: lo Sharkfin, un drop verticale di cinque metri direttamente sull’asfalto; i road gap da dieci metri che proiettano le bici fuori dai vicoli verso le piazze aperte; il Mega Sharkfin, la versione amplificata dello stesso ostacolo, seguito da un passaggio a tunnel tra le mura storiche.

Il formato è a eliminazione diretta su time trial: le qualifiche del sabato selezionano i migliori quindici, che la domenica si giocano tutto sul tempo. Nessun margine, nessuna seconda chance. Un errore in qualunque punto del tracciato — una frenata tardiva, una traiettoria sbagliata nei caruggi, un atterraggio storto dopo un salto — e la gara è finita.

Tra i nomi al via in questa edizione ci sono il campione uscente Roger Vieira, Johannes Fischbach, Adrien Loron, Gabriel Giovannini e il favorito di casa Lucas Vega.
La città come soggetto fotografico
Per chi tiene una macchina in mano, il Cerro Abajo pone problemi che un normale evento di downhill non ha. Le luci cambiano ogni cinquanta metri: dalla penombra dei vicoli alla luce piena delle piazze, passando per i portici, i sottopassaggi, le zone aperte sul porto. Non esiste un’esposizione che vada bene per tutto il percorso — bisogna scegliere il proprio settore e imparare a conoscerlo.
Le distanze sono spesso obbligate. Nei caruggi più stretti non c’è spazio per arretrare: il rider passa a un metro, e l’unica variabile è l’altezza a cui si punta. Nelle piazze aperte, invece, il problema è l’opposto — troppo spazio, troppa folla, troppe opzioni. Trovare un angolo pulito in mezzo a migliaia di spettatori richiede di essere sul posto prima che arrivi chiunque altro.
La folla, peraltro, è parte dell’immagine quanto il rider. Largo della Zecca durante le finali è uno spettacolo in sé: una piazza storica compressa di persone, con le bici che arrivano dall’alto come proiettili e atterrano a pochi metri dagli spettatori. Fotografare quel momento — il rider in primo piano, la folla sullo sfondo, l’architettura a fare da cornice — è l’immagine che racconta l’evento meglio di qualsiasi descrizione.

Terza edizione, tappa decisiva
Questa edizione arriva in un momento cruciale del calendario. Genova è il penultimo appuntamento della stagione 2025-26: il titolo si assegnerà a Stoccarda, in Germania, al primo finale di campionato della storia della serie su suolo europeo. Quello che succede qui conta — in classifica e nel morale dei rider che arrivano all’atto conclusivo.
C’è anche una novità sul fronte femminile: la progression session dedicata alle rider donne aggiunge una dimensione nuova al weekend, con la possibilità di testare il percorso e contribuire alla crescita di una disciplina che sta rapidamente guadagnando spazio nel circuito internazionale.

Perché vale la pena seguirlo
Il Red Bull Cerro Abajo di Genova non è una gara che si capisce guardando i tempi sul tabellone. Si capisce guardando le immagini — i salti tra i palazzi, i vicoli percorsi a quaranta all’ora, la folla che si apre all’ultimo secondo. È uno di quegli eventi in cui il contesto vale quanto l’azione, e in cui chi fotografa ha tanto materiale quanto chi gareggia.
Vale la pena guardarlo dal vivo, vale la pena seguirlo in streaming, vale la pena studiare le foto che ne escono. Perché il downhill urbano, quando va in scena in una città come Genova, smette di essere solo sport e diventa qualcos’altro — difficile da definire, facile da riconoscere quando lo si vede.

