Kathrine Switzer, 261: la fotografia che fece parlare il mondo
Il 19 aprile 1967, a pochi chilometri dalla partenza della Maratona di Boston, un uomo in abiti civili si stacca dal bordo strada e si lancia su una corridora in tuta grigia. Cerca di strapparle il numero dalla schiena. Quell’istante, fermato da tre fotogrammi, è diventato uno dei simboli più potenti della storia dello sport: Kathrine Switzer, vent’anni, pettorale 261.
Un nome a metà sulla linea di partenza
All’epoca il regolamento non vietava esplicitamente la partecipazione alle donne: la consuetudine lo dava per scontato. Switzer si era iscritta come “K.V. Switzer”, con il numero 261, in un periodo in cui le donne erano escluse dalle competizioni ufficiali. Nessuno, leggendo quelle iniziali, aveva pensato a una donna. x
Alla partenza la temperatura era rigida e pioveva. Switzer indossava una tuta grigia con il cappuccio alzato e sacchi neri dell’immondizia per ripararsi dal freddo: il pettorale rimase nascosto fino all’ultimo. Accanto a lei c’erano Arnie Briggs, il veterano che l’aveva allenata a Syracuse, e il fidanzato Tom Miller, con il numero 390.

Paul Connell / The Boston Globe / Getty Images, Maratona di Boston 1967.
Il fotografo sul camion
La vicenda sarebbe rimasta una voce di cronaca senza una circostanza fortunata: sul camion che precedeva i corridori viaggiava Harry Trask, fotografo del Boston Traveler e già premio Pulitzer. Un giornalista si accorse di Switzer e avvertì Jock Semple, storico organizzatore della gara, che la donna c’era. Trask fu l’unico, sul mezzo della stampa, a scendere per cercare un’angolazione migliore.
Questo è il dettaglio che racconta il mestiere: la foto non nasce dalla potenza dell’obiettivo ma dalla decisione di muoversi. Restare sul camion garantiva un’inquadratura sicura, scendere significava rischiare di perdere tutto. Vale la pena ricordarlo a chi fotografa sul campo: a volte lo scatto che resta si trova qualche metro fuori dalla posizione comoda.
Tre fotogrammi, una sequenza
La sequenza di Trask racconta una storia in tre tempi. Nel primo Semple afferra Switzer e Briggs cerca di fermarlo. Nel secondo la situazione degenera. Nel terzo Miller, con il pettorale 390, colpisce Semple con una spallata che libera Switzer e le permette di ripartire. Sky Sports
Quello che rende la fotografia memorabile è la chiarezza del racconto: bastano i volti, le mani sul numero e la tuta grigia per capire cosa sta succedendo senza una riga di didascalia. Anche chi non sa nulla di atletica legge subito l’ingiustizia e la reazione.

Harry Trask / Boston Herald, Maratona di Boston 1967
Dopo Boston: da scandalo a simbolo
Switzer terminò la gara. Tagliò il traguardo in quattro ore e venti minuti. Nei giorni seguenti la federazione amatoriale americana la sospese e le immagini finirono sui giornali di mezzo mondo. Nello stesso 1967 correva a Boston anche Bobbi Gibb, senza iscrizione, come già l’anno prima: la sua impresa, come ricostruisce Deadspin, fu subito oscurata dalle fotografie di Switzer e Trask. Sky Sportsdeadspin
Il motivo è tutto visivo: una corsa conclusa in silenzio fa meno rumore di una scena che mostra il divieto mentre accade. La pressione arrivò fino alle istituzioni, e la Maratona di Boston aprì alle donne nel 1972, cinque anni dopo.

Un pettorale che non si è mai fermato
Il numero 261 è rimasto legato a Switzer per tutta la vita. Oggi dà il nome alla sua fondazione, 261 Fearless, che promuove club di corsa e iniziative per le donne in tutto il mondo. Nel 2017, a cinquant’anni dall’episodio, tornò a correre a Boston con lo stesso numero, e la Boston Athletic Association ritirò il pettorale 261 in suo onore.
Switzer ha sempre riconosciuto il ruolo dell’immagine: ha raccontato di dover ringraziare proprio Semple, perché il suo gesto ha prodotto una fotografia. È una frase che dice molto sul potere dello scatto giusto nel momento giusto.

Dove si corre senza telecamere
Nel 1967 Boston era una corsa come tante, con una studentessa di vent’anni in mezzo al gruppo e nessuno che si aspettasse una storia. È un buon promemoria per chi documenta le gare di atletica amatoriali e locali: le storie non aspettano i grandi eventi, stanno già ai bordi delle corse di provincia, dalla campestre di paese alla mezza maratona di quartiere.
Vale la pena guardare oltre il podio: la partenza con i pettorali ancora da appuntare, il ristoro dove i volontari porgono i bicchieri, chi corre in fondo al gruppo, l’ultimo che taglia il traguardo con l’applauso di chi è rimasto. Sono questi i momenti che nessun altro sta fotografando, ed è lì che una gara locale smette di essere un elenco di tempi e diventa un racconto.
