Pietro Mennea: il vento contro
Città del Messico, 12 settembre 1979.
Stadio Universitario, quota 2240 metri. La pista è veloce, l’aria rarefatta. Sono i Giochi Universitari Mondiali e Pietro Mennea è lì per correre i 200 metri.
Non è il favorito assoluto della giornata. È un ragazzo di Barletta, cresciuto lontano dai grandi centri dell’atletica mondiale, con un fisico da velocista atipico: asciutto, spalle strette, corsa ad alta frequenza.
Allo sparo non brucia i primi trenta metri come chi ha più esplosività. La sua forza è nella curva e nella seconda parte di gara: frequenza di passo altissima, busto composto, braccia che lavorano corte e rapide. Esce dai 100 metri ancora in spinta. Negli ultimi 80 non crolla. Accelera.
Taglia il traguardo: 19”72.
Record del mondo sui 200 metri. Un tempo che resterà imbattuto per 17 anni, stabilito senza le scarpe carbonio di oggi, senza piste progettate per la restituzione di energia, senza il supporto tecnologico che diamo per scontato

Una testa che lavorava quanto le gambe
Mennea non era un talento cristallino. Era un atleta che aveva capito prima degli altri che il lavoro metodico poteva compensare quello che la natura non aveva dato.
Laurea in scienze politiche, poi giurisprudenza. Taccuino sempre in mano. Studio continuo della propria biomeccanica e degli avversari. È uno dei primi velocisti italiani ad avvicinarsi alla propria disciplina con una mentalità analitica.
Con il professor Carlo Vittori costruisce un metodo preciso e rigoroso. Sedute lattacide durissime, ripetute sui 300 metri per sviluppare una resistenza specifica che i velocisti puri raramente allenano. Chilometraggi alti, carichi pesanti. L’idea alla base è semplice: se riesci a mantenere la velocità quando gli altri cedono, gli ultimi metri diventano tuoi.
Mennea non cerca la perfezione estetica. Cerca l’efficacia. E i risultati gli danno ragione.
Mosca 1980: la rimonta
Alle Olimpiadi di Mosca, finale dei 200 metri, parte indietro rispetto ai migliori. Non è una gara in controllo.
La vince rimontando metro dopo metro nella seconda parte, con quella progressione che aveva costruito in anni di lavoro specifico. Sul traguardo il volto è quello di sempre: una smorfia, non un sorriso. Come se ogni gara fosse ancora una questione aperta fino all’ultimo.
Oro olimpico. Il più importante di una carriera costruita sul lungo periodo.

Un carattere difficile da raccontare
Mennea era diretto, critico, spesso scomodo. Non cercava di piacere e non si preoccupava molto di farlo.
Questa sua durezza gli ha creato attriti nel mondo dello sport italiano, ma è probabilmente la stessa cosa che lo ha tenuto competitivo per oltre un decennio ad alto livello. In un paese che tende a celebrare il talento naturale, lui rappresentava qualcosa di diverso: il merito costruito giorno dopo giorno, la dimostrazione concreta che il metodo può fare la differenza.
La sua corsa non era quella di un atleta nato per farlo. Era quella di uno che aveva deciso di farlo meglio di tutti gli altri, a qualunque costo.
In uno sport dove tutto si decide in meno di venti secondi, quella è già una storia che vale la pena raccontare.
