Sara Simeoni: restare in aria
Mosca, 26 luglio 1980. Una ragazza di Rivoli Veronese salta 1,97 metri e diventa campionessa olimpica. Ma la storia vera comincia molto prima — e continua molto dopo.
Il momento prima del salto
Lo stadio Lenin è pieno. Il rumore c’è, ma nei secondi che precedono la rincorsa cala un silenzio strano, quella specie di sospensione collettiva che solo certi sport sanno creare.
L’asticella è a 1,97 metri. Non è la misura più alta che Sara Simeoni abbia mai saltato — ha già superato i due metri, due anni prima, a Brescia. Ma questa è diversa. Questa è un’Olimpiade. E lei è la favorita.
In pedana c’è una donna di 27 anni con i capelli ricci e lo sguardo fisso su un punto che non è l’asticella, ma un po’ più in là. Come se vedesse già la traiettoria prima ancora di partire.
Quello che non si vede, fuori dall’inquadratura, è che mezz’ora prima era sul punto di cedere. Una crisi d’ansia silenziosa, la testa che girava, le gambe che non rispondevano. Poi qualcosa si è rimesso a posto. Come succede a chi ha costruito tutto su una disciplina mentale prima ancora che fisica.
Respira. Parte.

Il corpo come strumento
Il salto di Sara Simeoni è una delle cose più difficili da fotografare bene nel mondo dell’atletica leggera. Non perché sia veloce — è veloce — ma perché il momento decisivo è breve e sottile. Un fotografo che segue quell’asticella con il mirino sa che ha una finestra di frazioni di secondo per immortalare l’arco del corpo al culmine del volo.
Il corpo inclinato all’indietro, le anche in alto, le gambe che seguono come tirate da un filo. L’asticella è sotto di lei, quasi a sfiorarla. Il fotografo ha scelto un’angolazione bassa, che esalta la curva del corpo e dà profondità al salto attraverso il bokeh del pubblico sullo sfondo. Non è un’immagine urlata. È precisa, quasi chirurgica.
Come il salto stesso.
Vale la pena fermarsi un secondo su cosa significasse fotografare in quegli anni. Siamo nel 1980: niente digitale, niente raffica a 30 fotogrammi al secondo, niente schermo su cui controllare subito l’esposizione. Il fotografo aveva una pellicola, un numero limitato di scatti, e un’unica possibilità di prendere quel momento. Doveva già sapere — prima che succedesse — dove sarebbe finita l’atleta, a che altezza avrebbe raggiunto il culmine del salto, quale angolo avrebbe raccontato meglio la storia. Doveva anticipare, non inseguire.
Questo rende quella fotografia ancora più preziosa. Non è una delle cento scattate in sequenza dalla quale si sceglie la migliore. È una scelta fatta prima, con la testa, con l’esperienza. E se è venuta così, è perché chi premeva il pulsante sapeva esattamente cosa stava cercando.
Gli ultimi tre passi si accorciano. Il penultimo è più lungo, l’ultimo più rapido. La rincorsa curva crea l’angolo di stacco. Il piede sinistro spinge forte. Poi succede qualcosa che sembra semplice ma non lo è: il corpo si lascia andare all’indietro e resta in aria.
L’asticella rimane su.

Una carriera costruita centimetro per centimetro
Sara Simeoni nasce a Rivoli Veronese, cresce in una provincia che non ha tradizioni olimpiche. È alta — troppo alta per la danza classica, il suo sogno iniziale. Da giovane soffre di scoliosi, porta un busto correttivo. Il salto in alto non è un destino scritto. Diventa un progetto.
Incontra Erminio Azzaro, saltatore anche lui, che diventerà il suo allenatore e poi suo marito. Insieme costruiscono un percorso tecnico quasi artigianale: studio ossessivo della rincorsa, ricerca dell’angolo di stacco, anni di perfezionamento su ogni dettaglio. Nelle grandi manifestazioni, Simeoni migliorava quasi sempre il suo personale — non era un caso, era un metodo.
Il “Fosbury flop” aveva rivoluzionato la disciplina negli anni precedenti. Si salta di schiena, trasformando il corpo in un arco che aggira l’asticella. Simeoni non copia. Adatta. Il suo stile è pulito, essenziale, senza movimenti inutili. Non è potenza bruta — è precisione millimetrica portata al limite.
Nel 1978, a Brescia, salta 2,01 metri. Record del mondo. Due metri, nel salto in alto femminile di quegli anni, sono una barriera psicologica prima ancora che fisica. La RAI non stava seguendo l’evento — ci vorranno trent’anni perché saltino fuori le immagini, conservate nell’archivio di una televisione locale. Un dettaglio che dice tutto sul posto che le donne nello sport occupavano allora.
Mosca, e quella gara nella gara
Le Olimpiadi del 1980 sono già complicate prima ancora di iniziare. Gli Stati Uniti boicottano i Giochi dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan. L’Italia rimane in sospeso fino all’ultimo, poi decide di far partecipare i propri atleti — ma non sotto bandiera italiana. Sul podio, Sara Simeoni non potrà sentire l’inno di Mameli. Canterà sottovoce “Viva l’Italia” di De Gregori, la canzone che le è sempre piaciuta.
La finale si decide tra lei e Rosemarie Ackermann, la tedesca dell’Est che due anni prima deteneva il record mondiale. Amica fuori dalla pedana, rivale dentro. Entrambe sbagliano il primo tentativo a 1,97. Poi tocca di nuovo a Sara. La telecamera, racconta la cronaca dell’epoca, inizialmente la perde di vista — parte troppo in fretta, la rincorsa è repentina. Ma il salto è magnifico.
L’asticella resta su.
Ackermann non riesce a eguagliarla. Sara esplode in un pianto liberatorio, poi va a congratularsi con l’amica-rivale. Sul podio, niente inno. Ma il sorriso nelle fotografie dice tutto quello che le parole non possono.

Quello che resta
La seconda donna italiana a vincere un titolo olimpico nell’atletica, dopo Ondina Valla nel 1936. Un record nazionale che ha tenuto per 36 anni, fino al 2007. Tre medaglie olimpiche in quattro partecipazioni, dal 1972 al 1984.
Ma c’è qualcosa che va oltre i numeri. Simeoni ha attraversato un’epoca in cui le atlete italiane non avevano premi in denaro, vivevano di borse di studio, erano “l’ultima ruota del carro” — parole sue. Ha costruito una carriera su un lavoro quotidiano che nessuno vedeva, in una disciplina che non perdona le approssimazioni.
Nel salto in alto non puoi bluffare. O superi l’asticella o la fai cadere. Non ci sono zone grigie, non ci sono arbitri da convincere, non c’è fortuna che tenga. C’è la misura. E la misura non mente.
Questo è quello che resta, guardando quelle fotografie. Non l’eroismo, non il gesto plateale. Ma la traiettoria pulita di qualcuno che ha capito come trasformare la tensione in tecnica, e la paura in sospensione.
