Lorenzo Musetti e il rovescio a una mano: il marmo che si muove
Nel 2026, per la prima volta in 150 anni di tornei del Grande Slam, nessun tennista con il rovescio a una mano è arrivato in semifinale. L’ultimo a portarcelo era stato Lorenzo Musetti, a Wimbledon 2024 e al Roland Garros 2025.
È una statistica, certo. Ma per chi fotografa tennis dice qualcosa di molto concreto: uno dei gesti più fotogenici dello sport sta diventando raro, e il tennista di Carrara è tra gli ultimi a tenerlo vivo ai piani alti del circuito.
Il gesto prima del risultato
L’immagine più rappresentativa di Musetti non ritrae una vittoria. Ritrae un gesto: il braccio sinistro che si apre in controtempo, il busto ruotato, la racchetta che chiude alta sopra la spalla destra. Al rallentatore somiglia più a una scultura che a un colpo di tennis.
È anche il motivo per cui Musetti funziona in fotografia a prescindere dal punteggio. Anche nelle giornate peggiori trova sempre un paio di colpi capaci di accendere la scena: un rovescio lungolinea sul 2-5 al terzo set, in un fotogramma, vale quanto un match point. La bellezza del gesto è indifferente al tabellone.

Carrara, il marmo in casa
Lorenzo Musetti nasce il 3 marzo 2002 a Carrara, la città del marmo, e il marmo lo ha in casa prima ancora che diventi una metafora: il padre lavora proprio in quel settore. Comincia a giocare a quattro anni e cresce accanto a Simone Tartarini, l’allenatore che lo segue ancora oggi.
A gennaio 2019, a sedici anni e dieci mesi, vince l’Australian Open juniores. Da lì la crescita non si ferma più, ma non procede mai in linea retta: è una delle chiavi per leggere tutta la sua carriera, fotografie comprese.
Parigi 2021, la lezione del Philippe-Chatrier
A diciannove anni, al Roland Garros 2021, Musetti supera Goffin, Nishioka e Cecchinato e arriva agli ottavi contro Novak Djokovic. Vince il primo set, poi il secondo: due set a zero sul numero uno del mondo, sul campo centrale di Parigi, e tutto il tennis si chiede chi sia quel ragazzo di Carrara.
Poi la partita si rovescia. Djokovic rimonta, Musetti arriva al quinto set senza più energie e si ritira. Il match che poteva essere il suo capolavoro diventa la sua prima grande lezione, ma in quei due set c’era già tutto quello che serviva vedere.

Lo stile come scelta, non come eredità
In un circuito dominato dalla potenza da fondo campo, Musetti ha scelto di giocare in un altro modo: smorzate, pallonetti, slice, una costruzione del punto più creativa che meccanica. È una scelta che ha un costo: un tennis più difficile, più instabile, più esposto all’errore.
Ma è anche il tennis che produce quelle immagini. Il paragone con il marmo regge proprio su questo doppio piano: l’eleganza del gesto da una parte, la solidità necessaria per farlo reggere in un gioco sempre più muscolare dall’altra.
Il bronzo del Roland Garros olimpico
Il 2024 è l’anno della consacrazione. A Wimbledon arriva in semifinale, dove si arrende solo a Djokovic: è il quarto italiano nella storia a raggiungere quel turno ai Championships.
Poche settimane dopo, il 3 agosto 2024, sulla terra rossa del Roland Garros trasformato in arena olimpica, batte Felix Auger-Aliassime in tre set e conquista il bronzo. È il secondo tennista italiano di sempre sul podio olimpico individuale, cento anni dopo Uberto de Morpurgo a Parigi 1924.
La fotografia di quel podio, con Djokovic oro e Alcaraz argento, resta uno dei frame più forti del tennis 2024: tre generazioni e tre modi diversi di intendere il gioco, con il più giovane dei tre che è anche il più classico.

Dalla top 5 all’odissea del 2026
Il 2025 aggiunge la semifinale al Roland Garros contro Alcaraz, chiusa da un problema fisico, i primi quarti di finale allo US Open e la prima qualificazione alle ATP Finals di Torino. Il 12 gennaio 2026, grazie alla finale di Hong Kong, sale al numero 5 del mondo: terzo italiano di sempre in top 5 dopo Panatta e Sinner.
Poi la stagione cambia direzione. Ai quarti dell’Australian Open, avanti ancora una volta due set a zero contro Djokovic, si ferma per un infortunio alla coscia sinistra: salta Roland Garros e Wimbledon ed esce dalla top 10.
Il rientro sul cemento americano è in salita, e allo US Open si ferma al secondo turno contro Dane Sweeny, messo in ginocchio dal caldo. Lui stesso ha definito il suo 2026 un’odissea. A metà settembre è numero 20 del mondo.
Il volto, l’altra metà dello scatto
Accanto alla sequenza dei rovesci ne esiste un’altra, altrettanto fedele: quella delle smorfie. Il viso contratto, lo sguardo verso il box, il monologo interiore leggibile dalla tribuna. Musetti in difficoltà porta tutto fuori, e chi lo fotografa lo sa bene.
Le letture possibili sono due. La prima è l’autenticità: un atleta che non indossa la maschera dello stoicismo professionale, e per questo risulta vicino al pubblico. La seconda è più critica: ci sono partite in cui sembrava avere tutto per vincere e ha smesso di crederci, per qualcosa che succede dentro e si vede in faccia.
Del resto è stato lo stesso Musetti, dopo il rientro allo US Open, a raccontare di aver vissuto lo stop di Melbourne come un infortunio “più mentale che fisico”. La fragilità si è ridotta rispetto agli anni del debutto, ma non è scomparsa. E nelle fotografie resta leggibile.

Fotografare un colpo che sta sparendo
Chi fotografa tennis lo sa: con il rovescio a una mano il momento buono raramente è l’impatto. Funziona meglio la chiusura del colpo, quando il braccio libero si apre all’indietro, la racchetta finisce alta e il busto è ancora in torsione. È lì che il gesto diventa leggibile anche per chi non gioca.
Conta molto la posizione. Per un destro il rovescio si gioca sul lato sinistro, quindi meglio spostarsi dalla parte che permette di vederlo frontalmente, con petto e braccio aperti verso l’obiettivo. Dal lato opposto si fotografano soprattutto schiena e spalla.
Sui tempi, da 1/2000 di secondo in su il corpo resta congelato, ma per fermare anche la testa della racchetta conviene salire ancora. Se invece si vuole raccontare il movimento, funziona bene qualche scatto più lento, lasciando mossa solo la racchetta. Uno sfondo pulito, come un telone o una tribuna in ombra, aiuta la linea del braccio a staccarsi.
E poi c’è l’attesa. Il rovescio migliore non arriva per forza sul match point: meglio seguire il giocatore per tutto lo scambio e aspettare il punto giusto, non la vittoria.
Ogni scatto di quel gesto, oggi, è anche un documento: la fotografia di qualcosa che il tennis sta perdendo. Il rovescio a una mano di Lorenzo Musetti pone una domanda che il tennis moderno si fa poco: la bellezza può essere una strategia? Dopo un 2026 come questo la risposta resta aperta, ma vale la pena continuare a fotografarla finché quel gesto resta in campo..
