Tegla Loroupe: la corsa che fece deporre i kalashnikov
Una bambina scalza nel West Pokot
Tegla Loroupe nasce il 9 maggio 1973 nel West Pokot, nel nord-ovest del Kenya, in una famiglia dove il padre ha quattro mogli e i figli sono ventiquattro. Da bambina fa a piedi la strada fino a scuola, scalza, e le prime scarpe da corsa arrivano a sedici anni.
Il padre non crede in lei: la vede sposata, madre, lontana dalle piste. La federazione kenyana la tiene spesso fuori dalle squadre. Lei continua a correre lo stesso.
Una zona dove il bestiame vale una vita
Intorno a lei c’è un conflitto che non fa notizia: tribù di pastori che si contendono pascoli, acqua e bestiame, tra razzie e vendette, al confine tra Kenya e Uganda. Crescere lì significa conoscere le armi prima dei libri.
L’ambizione di Loroupe, da piccola, non era diventare una campionessa. Era costruire la pace. Lo sport è arrivato prima, e la pace è arrivata dopo, passando proprio da lì.

New York 1994: la favola che nessuno aspettava
Il 6 novembre 1994, a 21 anni, Loroupe corre la sua prima maratona importante, a New York. Vince in 2:27:37 e diventa la prima donna africana a imporsi in una maratona di questo livello. La seconda, Madina Biktagirova, arriva due minuti e mezzo dopo e, a quanto si racconta, era convinta di aver vinto lei.
Secondo alcune biografie, Loroupe corse quella gara appena due settimane dopo la morte della sorella Albina. Il bis a New York arriva nel 1995.
Record e titoli

Tra il 1997 e il 1999 vince tre Mondiali consecutivi di mezza maratona. Nel 1998 stabilisce il record del mondo di maratona a Rotterdam con 2:20:47, e nel 1999 lo migliora a Berlino con 2:20:43. Ancora oggi detiene i primati mondiali sui 25 e sui 30 chilometri.
Con i suoi 156 centimetri è l’esatto contrario dell’immagine della fondista dominante. Per anni batte avversarie più alte e più potenti sulla carta.
Sydney 2000: correre quando sarebbe più ragionevole fermarsi
Alle Olimpiadi di Sydney Loroupe è tra le favorite sia nella maratona sia nei 10.000 metri. La notte prima della maratona sta male, probabilmente per un’intossicazione alimentare. Corre comunque e chiude tredicesima. Il giorno dopo si presenta ai 10.000 e finisce quinta, scalza in entrambe le gare.
Non è una vittoria, ma è la gara che molti ricordano di più. Raccontò di averlo fatto per senso del dovere verso chi, nel suo Paese, la considerava una speranza.
La Peace Race di Kapenguria
Nel 2003 Loroupe fonda la Tegla Loroupe Peace Foundation e organizza a Kapenguria, la sua città, la prima Peace Race. L’idea è semplice e difficile: far correre fianco a fianco i guerrieri di tribù in conflitto, insieme ad ambasciatori, politici e bambini, su un percorso di 10 chilometri.
Il 18 novembre 2006 la gara riunisce centinaia di guerrieri di sei tribù, alcune fonti parlano di circa duemila. Corrono con numeri di gara al posto dei simboli del proprio gruppo, su una strada sterrata a duemila metri di quota, senza servizi di sicurezza. Lo stesso Loroupe, in quei giorni, parlò di tensioni diminuite rispetto al primo anno.
Il caso più citato è quello di Mark Lokitare, noto predone che nella prima edizione scambiò il kalashnikov con un paio di scarpe da corsa.
Dal Kenya al mondo
Nel 2006 l’ONU la nomina Ambasciatrice dello Sport, insieme a Roger Federer, Elias Figueroa e Katrina Webb. Nel 2007 diventa ambasciatrice Oxfam per lo sport e la pace in Darfur. A Rio 2016 è Chef de Mission della Squadra Olimpica dei Rifugiati, i cui atleti si erano allenati nella sua fondazione in Kenya.
La Peace Academy, la scuola nata a Kapenguria per accogliere insieme bambini di comunità diverse, completa il progetto: lo sport come punto di partenza, l’istruzione per tenerlo vivo.

La strada di Kapenguria
I record sono nei libri e il nome di Tegla Loroupe è nell’albo d’oro di New York. Ma la sua storia sta tutta in una strada sterrata dove, per una mattina all’anno, nemici storici sono diventati compagni di fatica.
Per chi racconta lo sport con una fotocamera, resta una lezione semplice: i luoghi più modesti sono spesso quelli dove accade qualcosa che vale la pena fermare. Vale la pena cercarli, e fotografarli con rispetto.
