Pushing Boundaries, il progetto Rainer Eder
La fotografia sportiva esce dalla montagna e finisce in una discarica industriale
Uno sciatore che salta dalla benna di un escavatore. Un’alpinista che si arrampica su una parete di carta pressata. Una trail runner che sprint su un nastro trasportatore come fosse un crinale di montagna. Non è un esperimento visivo isolato, ma Pushing Boundaries, il progetto firmato dal fotografo austriaco Rainer Eder per il brand svizzero Mammut — e racconta bene quanto la fotografia sportiva possa spingersi oltre l’ambiente “naturale” in cui siamo abituati a vederla.
L’idea di base è semplice da spiegare e complessa da realizzare: prendere atleti di altissimo livello — climber, sciatori, runner — e toglierli dal loro contesto abituale, le Alpi, per portarli in scenari industriali. Cave, cantieri, cimiteri di navi. Luoghi che con lo sport di montagna non hanno nulla a che fare, ma che diventano il terreno perfetto per raccontare adattamento e resistenza.
Un’idea che nasce dal contrasto
Il progetto è stato realizzato insieme all’agenzia creativa Perger & Berger, e il risultato è una serie che gioca costantemente sul confine tra realismo e messa in scena. Le immagini sembrano quasi surreali, ma gli atleti si muovono con la stessa intensità e la stessa precisione che avrebbero su un pendio innevato o su una parete di roccia vera.
Questo è probabilmente l’aspetto più interessante per chi fotografa sport: il soggetto non cambia atteggiamento in base al set. Non rallenta, non si “adatta” perdendo intensità — continua a spingere come farebbe nel proprio ambiente. È il fotografo che deve leggere quella stessa energia e trasferirla in un contesto completamente diverso, mantenendo credibile il gesto atletico anche quando lo sfondo non lo è affatto.
Per chi lavora spesso in stadi, palazzetti o location “normali”, vale la pena tenere a mente questo principio: cambiare location non significa cambiare il modo di raccontare lo sforzo fisico. La luce, il framing e il momento dello scatto restano gli strumenti principali, indipendentemente da quanto sia insolito lo sfondo.
Quattro atleti, quattro ambienti impossibili
Ogni scatto della serie racconta una storia a sé, costruita attorno a un contrasto preciso tra gesto sportivo e location.
L’alpinista Jonas Schild affronta enormi balle di carta pressata come fossero cascate ghiacciate, con lo stesso approccio metodico che userebbe su una vera colata di ghiaccio. La lettura della superficie, l’individuazione degli appigli, il ritmo dei movimenti: tutto resta identico a un’arrampicata reale, solo il materiale cambia.

La sciatrice freeride Sybille Blanjean si lancia dalla benna di un escavatore in un ambiente da cava, portando in un contesto industriale la stessa fiducia che avrebbe su un fuoripista. Qui la difficoltà per il fotografo è soprattutto tecnica: sincronizzare il movimento del mezzo pesante con quello dell’atleta, e catturare l’attimo di sospensione in aria con la luce giusta — le immagini sono girate in golden hour, che ammorbidisce un contesto altrimenti molto duro.

La climber francese Marie Gamen si muove tra le carcasse corrose di un cimitero di navi, leggendo la struttura arrugginita come farebbe con una parete di roccia. Il metallo ossidato diventa appiglio, e il contesto post-industriale aggiunge una tensione visiva che una parete di roccia tradizionale non potrebbe dare.

La trail runner tedesca Severine Petersen trasforma un lungo nastro trasportatore in una pista verticale, mantenendo ritmo e concentrazione come se stesse correndo su un crinale alpino. La luce laterale drammatica, unita alla texture metallica della struttura, restituisce un senso di velocità che amplifica il gesto atletico.

In tutti e quattro i casi, il filo conduttore resta lo stesso: l’ambiente cambia, la determinazione no. Ed è proprio questo scarto — tra dove ci si aspetterebbe di vedere un certo sport e dove lo si vede davvero — a rendere le immagini memorabili.
Dalla fotografia al video, senza perdere autenticità
Ogni scatto della serie è accompagnato da un breve film del filmmaker Nicolas Falquet, che mostra il dietro le quinte di ogni scena. Questo passaggio aggiunge un livello narrativo importante: conferma che si tratta di performance reali, eseguite davvero in quegli ambienti, e non di composizioni costruite in post-produzione.
Per chi lavora su progetti fotografici sportivi con budget e tempo limitati, l’integrazione tra foto e video breve è un modello da tenere d’occhio: un piccolo contenuto video che accompagna lo scatto principale aumenta la credibilità del progetto e offre più materiale da distribuire sui social, senza richiedere una produzione separata enorme.
Perché funziona
Pushing Boundaries funziona perché non si limita a mostrare atleti fuori contesto per stupire. Ogni location è scelta per dialogare con il gesto sportivo specifico — la carta pressata richiama il ghiaccio, il nastro trasportatore richiama il crinale, il cimitero di navi richiama la parete rocciosa. Non è casualità, è costruzione visiva.
È un promemoria utile anche per chi fotografa sport in contesti molto meno spettacolari di una cava svizzera: la location conta quanto l’atleta, e vale sempre la pena chiedersi cosa quello sfondo comunica del gesto che si sta fotografando, prima ancora di scattare.
Chi ha progetti simili da proporre — location insolite, contaminazioni tra sport e ambienti inattesi — può scrivere alla redazione di SPORTSHOTS per raccontare come è nato lo scatto e cosa lo ha reso possibile: la rubrica Scatti dal Campo è aperta a fotografi di ogni livello, dai principianti ai semi-professionisti.
