David Davies, il fotografo sportivo della Press Association
Venticinque anni di carriera tra Formula 1, corse di cavalli e Olimpiadi invernali
Venticinque anni alla Press Association, un percorso che parte dalle piste di Silverstone con la macchina fotografica del padre e arriva a coprire Olimpiadi invernali, Formula 1 e il Cheltenham Festival. David Davies, oggi Chief Sports Photographer dell’agenzia britannica, è uno dei pochi fotografi sportivi capaci di muoversi con la stessa credibilità su una pista di atletica, a bordo campo in una partita di calcio o accanto a una transenna durante una corsa ippica.
La sua storia racconta bene cosa significa costruire una carriera nella fotografia sportiva quando gli strumenti cambiano radicalmente nel tempo, ma l’istinto per il momento giusto resta l’unica costante.
Le origini sul bordo pista
L’interesse per lo sport nasce prima ancora di quello per la fotografia: rugby e cricket a livello provinciale, passione per il calcio, e un padre fotografo amatoriale la cui Olympus OM-2 diventa la prima macchina fotografica di Davies durante le vacanze. A metà degli anni ’80 arrivano le prime uscite a Silverstone e Brands Hatch, con scatti alle curve che accendono davvero l’interesse.
Al liceo un insegnante d’arte lo aiuta a costruire una camera oscura scolastica, poi arriva l’Hereford Art College, dove la fotografia sportiva diventa progressivamente l’obiettivo principale. A metà del secondo anno si libera un posto da stampatore in camera oscura all’agenzia Action Plus, dove Davies viene affiancato da fotografi già affermati come Mike Hewitt e Chris Barry — un apprendistato che vale più di molte lezioni teoriche.

© David Davies
Gli anni della gavetta
Il passaggio successivo è l’agenzia di Mark Leech, dove Davies impara che la fotografia sportiva funziona meglio quando guarda oltre il momento clou dell’azione, catturando personaggi e situazioni ai margini dell’evento. Sono anni duri ma formativi: un rullino con una sola foto buona su trentasei costa caro, e la lezione — sul valore di ogni scatto — resta impressa.
Segue il periodo con Tommy Hindley a Professional Sport, proprio mentre l’industria comincia a passare dagli scanner ai modem per trasmettere le immagini dalle sedi degli eventi. Non c’era ancora nulla di automatico: bisognava scansionare la foto e inviarla via linea telefonica, spesso affittando la cucina di un contatto locale vicino allo stadio per improvvisare una camera oscura di fortuna.
L’epoca della pellicola pone sfide che oggi sembrano lontanissime: sensibilità massime intorno a ISO 800-1600, temperature colore dei fioretti diverse da stadio a stadio, messa a fuoco manuale su soggetti in movimento veloce. Conoscere il proprio equipaggiamento nei minimi dettagli — comprese le sue difettosità meccaniche — faceva la differenza tra uno scatto riuscito e un’occasione persa per sempre.

L’ingresso alla Press Association
Nel 2001 arriva l’invito a entrare nel team della Press Association, la svolta decisiva della carriera. Il criterio di selezione, più che il talento individuale, è la capacità di lavorare in squadra: niente ego, ognuno si muove dove serve, senza le sovrapposizioni tipiche di altre agenzie dove più fotografi si accalcano per lo stesso scatto.
Questa versatilità porta Davies a spaziare dal calcio alla Formula 1, dalle corse ippiche alle Olimpiadi invernali, ma anche a trasformarsi all’occorrenza in cronista d’attualità. In Bahrain, un briefing per fotografare nuove monoposto e piloti si trasforma in copertura del caso Christian Horner nel giro di poche ore. In un’altra occasione, un incidente ferroviario a Evesham lo trova per primo sul posto, costretto a presidiare la scena in attesa dei colleghi cronisti.

Tecnologia, remoti e un occhio sempre nuovo
L’evoluzione tecnologica ha cambiato profondamente il modo di lavorare. Con le Sony A9 III, il vantaggio non è solo la qualità d’immagine ma la dimensione dei file, più facile da trasmettere via dongle o Wi-Fi locale quando la connessione è l’unica vera variabile incontrollabile di una serata di lavoro.
L’autofocus con riconoscimento degli animali ha cambiato radicalmente la copertura delle corse dei levrieri, dove un tempo bisognava prefocalizzare su un punto fisso della curva e sperare. Con raffiche più fitte e velocità di scatto fino a 1/10.000 di secondo, la vera abilità si è spostata dallo scatto alla selezione: gestire dodici fotogrammi per sequenza invece di tre o quattro richiede disciplina nella scrematura, non solo negli automatismi in macchina.
Le telecamere remote sono un altro terreno in cui Davies ha costruito una competenza specifica. Al Cheltenham Festival, anni di rapporto con gli organizzatori gli hanno permesso di posizionare fotocamere a bordo degli ostacoli stessi, restituendo inquadrature ravvicinate dei cavalli in volo. Un grandangolo 12-24mm, un innesco Pocket Wizard, messa a fuoco prefissata sul centro della barriera e tempi tra 1/2000 e 1/3000 di secondo: la configurazione varia poco, ma il posizionamento e la disciplina nel calcolo della prospettiva restano decisivi.

Imprevisti che diventano scatti
Non tutto si può controllare. Una telecamera remota, una volta posizionata, non permette più interventi, e la pioggia resta la variabile più temuta — specialmente nel calcio, dove un acquazzone durante il primo tempo lascia solo la possibilità di aspettare l’intervallo. Ma a volte l’imprevisto regala l’immagine più memorabile: uno scatto di Lewis Hamilton che stappa champagne dopo la vittoria a Monaco, con la parte frontale dell’obiettivo bagnata dal liquido, distorce l’immagine intorno al volto del pilota — che resta perfettamente a fuoco — trasformando un incidente in una delle foto più riuscite della carriera.
A distanza di venticinque anni, l’entusiasmo di Davies per lo sport resta lo stesso di quando borrowava la Olympus del padre. È un percorso che ricorda quanto, nella fotografia sportiva, la crescita non si fermi mai: cambiano i corpi macchina, cambiano le velocità di scatto, ma la capacità di leggere il momento resta il vero mestiere da coltivare partita dopo partita.

