Robert Riger: dal disegno alla fotografia, fino al replay in televisione
Prima di fotografare, Robert Riger disegnava. Nel 1945, a ventun anni, realizza la sua prima illustrazione sportiva, un incontro di football tra Army e Notre Dame. Per prepararsi ai disegni comincia a scattare fotografie come materiale di riferimento. Poi succede qualcosa di inatteso: quegli scatti funzionano come opere finite, e la fotografia diventa il suo linguaggio più riconoscibile.
La storia di Robert Riger è quella di un artista che ha attraversato il disegno, la fotografia, la televisione e il cinema, restando sempre fedele a un’idea semplice: per raccontare bene lo sport bisogna capirlo da dentro.
Un artista di New York
Riger nasce a Manhattan il 4 giugno 1924. Frequenta la High School of Music and Art, poi la Merchant Marine Academy, e dopo la guerra si laurea al Pratt Institute. Lavora per Esquire e per il Saturday Evening Post, e dal 1955 è illustratore freelance.
Fin dal primo mese di vita di Sports Illustrated, nel 1954, collabora con la rivista. Nel tempo la testata pubblicherà oltre milleduecento suoi disegni editoriali.
Dal disegno alla fotografia
Dal 1950 Riger usa la macchina fotografica come strumento di ricerca per le sue illustrazioni. Scopre così che le fotografie di riferimento hanno una forza propria, e ne fa il suo mezzo principale. Nel corso della carriera depositerà il copyright di oltre novantamila negativi, di cui più di quarantamila dedicati al football professionistico.
Il suo metodo si basa sulla conoscenza. Riger sosteneva che lo sport non si può fotografare bene senza capirlo, e per questo trascorreva molto tempo con gli atleti, arrivando a seguire le squadre negli allenamenti. È un approccio che oggi chiameremmo immersivo, e che spiega la sua capacità di anticipare il momento.

I libri e le mostre
Nel 1960 pubblica con Hamilton Maule The Pros, un racconto fotografico del football professionistico. Nel 1965 esce The American Diamond, con Branch Rickey, dedicato al baseball. Seguono Man in Sport e The Athlete (1980), una retrospettiva di venticinque anni di scritti, disegni, fotografie e lavoro televisivo.
L’Art Institute of Chicago gli dedica più mostre, curate da Hugh Edwards: nel 1962 The Pros, con circa cento fotografie; intorno al 1964 The Track, con immagini a colori di cavalli, fantini e allenatori; nel 1969 Man in Sport, un’esposizione itinerante organizzata da Riger con centinaia di fotografie di decine di autori. Edwards ne apprezzava la capacità di cogliere il gesto completo e di far percepire il movimento prima e dopo il momento scattato.
La televisione e il replay
Dal 1963 al 1970 e di nuovo dal 1977 al 1980, Riger lavora per ABC Sports, anche a Wide World of Sports. Gli viene attribuito un ruolo importante nello sviluppo del replay al rallentatore nelle trasmissioni sportive, anche per alcuni Giochi olimpici. Per questo lavoro vince nove premi Emmy.
È un passaggio significativo: la stessa idea che guida le sue fotografie, mostrare il movimento in modo che si possa capire, diventa un linguaggio televisivo.

Il cinema e gli ultimi anni
Riger lavora anche come regista della seconda unità per le sequenze di calcio del film Escape to Victory (1981). Illustra libri per ragazzi, tra cui Come On Seabiscuit!, e scrive o illustra più di tredici volumi.
Nel 1994 viene indicato come Sport Artist of the Year dall’American Sport Art Museum and Archives. Nel 1995 esce il suo ultimo libro, The Sports Photography of Robert Riger, e muore il 19 maggio dello stesso anno, a 70 anni.
Fotografie che raccontano il gioco
Le immagini di Riger raccontano soprattutto il football americano e il baseball degli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche l’ippica a colori. Sono immagini in cui gli atleti non sono soltanto soggetti, ma parte di un sistema: squadre, ruoli, spazio, tempo. Non cercano l’effetto, cercano il senso del gioco.
Chi vuole capire il suo stile può partire proprio dalle serie dedicate al football professionistico, dove l’impatto fisico, la tensione dei ruoli e la geometria del campo si leggono nella stessa inquadratura.

Olimpiadi invernali 1964, Austria – © Robert Riger/Getty Images
Cosa si può imparare da Robert Riger
Il primo insegnamento è la conoscenza dello sport. Chi fotografa una disciplina nuova dovrebbe dedicarle tempo prima di scattare: studiare le regole, osservare gli allenamenti, parlare con gli atleti. Il secondo è la lettura del gesto completo: non solo l’istante culminante, ma ciò che lo precede e lo segue.
Il terzo è la varietà dei mezzi. Disegno, fotografia, televisione e cinema possono sembrare mondi separati, ma in Riger sono tutti strumenti per raccontare lo sport. Una lezione utile per chi oggi alterna foto, video e racconto scritto.
La storia di Riger invita infine a considerare le fotografie come materiale che può cambiare funzione: nate come appunti, diventano opere. Vale la pena rileggere i propri archivi con questo sguardo, perché molte immagini scartate sul momento possono rivelare un valore diverso col tempo.

© Robert Riger/Getty Images
